Alternanza sì? Alternanza no?

Il 13 Luglio 2015 è stata promulgata dal Presidente della Repubblica la L.107/15, la legge passata alla storia come Legge “Buona Scuola”. La 107/15 prevedeva tra i suoi punti fondamentali, negli Artt. 33 e 34, l’obbligatorietà di un percorso formativo diverso, l’Alternanza Scuola – Lavoro. Ma cos’è nello specifico?

Secondo la definizione del termine, l’Alternanza Scuola- Lavoro è “una metodologia didattica in cui gli alunni affiancano un periodo di formazione teorica in classe con uno di esperienza più pratica presso un’azienda” e ha lo scopo di avvicinare gli studenti al mondo e al mercato del lavoro, garantendogli un primo approccio e un percorso di orientamento affine al percorso di studi scelto.

Nella teoria il progetto sembra avere le carte in regola per essere un percorso formativo valido, ma la realtà rispecchia quanto scritto?

In verità no.

Per quanto il Governo possa aver normato l’Asl, in verità la normativa presenta grandi lacune nell’organizzazione, nei limiti, negli obblighi e nel come debba comportarsi una Scuola. Ancora oggi, dopo 3 anni, sappiamo soltanto quante ore di Asl dovranno fare i ragazzi che frequentano i tre indirizzi superiori (200 ore per i licei e 400 per gli istituti tecnici e professionali), non sappiamo che fine faranno gli studenti che non avranno raggiunto il monte ore obbligatorio (le ore obbligatorie sono quante affermate nella normativa o il 75% del monte ore totali?), non sappiamo dove le Scuole prenderanno i fondi per garantire il percorso (perché alcune aziende e anche alcuni enti pubblici chiedono un compenso per ogni studente che parteciperà).

Ciò che sconvolge ancor di più è la poca attinenza dei progetti di Asl con la scuola di provenienza e la poca attinenza del progetto stesso con un percorso superiore di tipo liceale (un istituto tecnico o professionale non ti preclude la possibilità di frequentare l’università, però è pur vero che ti prepara ad entrare nel mondo del lavoro già dai primi giorni successivi alla maturità e l’Asl potrebbe essere un buon primo approccio al mercato). In ogni caso è più facile trovare un programma che sia vicino alla specializzazione che consegui con un istituto tecnico o professionale rispetto a quelle che consegui con un liceo. Parliamoci chiaro. Un liceo ti dà un’apertura mentale più ampia, ti dà un metodo di studio applicabile anche all’università. Ma, ad oggi, un liceo non ti specializza in nulla (Alcuni licei sono leggermente più focalizzati su un’area culturale rispetto a un’altra, lo scientifico è focalizzato sul nulla, ma questo è un altro discorso).

Io ho avuto un’esperienza molto più fortunata che altri e non riesco a trovarne l’utilità. Figuriamoci chi si è ritrovato a lavorare in un Fast Food o a fare fotocopie in un ufficio (purtroppo è successo anche questo).

Le mie 200 ore sono state articolate dalla mia scuola così: 90 ore nel terzo anno, 90 ore nel quarto e 20 in quinto. La divisione è elastica. Nel mio caso non ha avuto molto senso. Sono arrivato alla fine del quarto con circa 370 ore di alternanza.

Al di là di qualche escamotage che viene offerto (13 ore di Asl certificate da Aica per ogni esame ECDL superato, uno stage linguistico di 45 ore fatto in Inghilterra), sono arrivato a questo risultato con i due progetti principali che la scuola mi ha offerto e che ho scelto (anche se parlo in prima persona, tutto il gruppo classe ha fatto lo stesso progetto).

Il primo progetto riguardava un percorso di educazione imprenditoriale che, per carità, ritengo utilissimo. In sostanza, il nostro gruppo classe doveva creare una piccola start-up e offrire un prodotto al mercato. Lo ritengo utile per l’infarinatura che ci è stata data sui ruoli manageriali che ogni azienda ha, su come vive un’azienda e su qualche strumento tecnico utile a definire le strategie di mercato. Il secondo progetto riguardava la “customer satisfaction” (qualcuno mi dirà che il nome sembra interessante). Abbiamo distribuito questionari in un’università pubblica. La sua utilità è legata solamente ai loro insegnamenti sul modo di consegnare un questionario e sottoporlo (non si sa mai cosa potrebbe succedere). A parte gli scherzi, non ho trovato un solo motivo per dire “hey, è stato utile”. Bene così.

Alla fine il mio bagaglio culturale ne è uscito, non dico più ampio, ma in fase di apertura. Però non basta per dire che l’Asl sia utile. Proprio non riesco a farlo.

Nel triennio, un liceo ha come monte orario medio 990 ore all’anno per finire il programma didattico (dico in media perché il liceo classico fa più ore durante la settimana). I programmi in un liceo sono molto lunghi e molto spesso non vengono finiti. Non si ha proprio il tempo materiale per finirli. I programmi sono sempre in fase di sviluppo. Ogni anno vengono aggiunti argomenti o modificati, allungati o tagliati. Seguono le regole della ricerca scientifica e vanno al pari passo con le scoperte. Ogni anno aumentano anche le attività extra da fare. Allora come riescono a conciliarsi queste due cose? Non si conciliano. Più manca il tempo e più i programmi si allungano. E’ una mossa intelligente togliere così tanto tempo a un percorso di studi che ne necessita anche di più di quanto ne abbia?

Io penso di no, quel tempo è fondamentale per qualsiasi docente, per qualsiasi alunno. Per quanto possa essere formativa l’esperienza, toglie linfa vitale a chi sta lottando per farcela. A scuola il tempo va ottimizzato il più possibile; ogni materia, ogni argomento ha bisogno dei suoi tempi. Diminuirlo significa accavallare più argomenti, significa togliere il gusto di insegnarli (non credo esista un professore che preferisce spiegare di corsa) e significa togliere il gusto di imparare. Immaginate di avere un buon bicchiere di vino, se lo assaggiate a piccoli sorsi riuscirete a sentire tutto il gusto e le emozioni che quel vino offre, al contrario se lo bevete di corsa non riuscirete a coglierne l’essenza. Così è la scuola. Insegnare e imparare in piccole quantità è molto più efficiente perché si coglie l’essenza dell’argomento e perché si avrà il piacere di farlo.

Prima ho parlato di fondi. L’Asl non sempre è gratuita. Molto spesso vengono chiesti dei compensi. È come se le aziende o enti pubblici, chicchessia, chiedessero alla scuola di pagare un servizio che la scuola stessa offre. Perché, dal loro canto, proporre lavoro gratuito e richiedere manodopera è un servizio offerto dal consumatore e non dal produttore. Non è una forma di schiavismo, fisico o mentale che sia. Per non parlare di quelle scuole di provincia che non hanno la possibilità di aderire a progetti limitrofi. In questo caso le scuole devono accettare progetti che si trovano fuori città, che obbligano gli studenti a doversi fare ore di viaggio per arrivare in sede. E le spese del viaggio chi se le accolla? Ovviamente le famiglie. Le scuole non hanno fondi per garantire rimborsi o per organizzare metodi di trasporto alternativi. E perché, se la costituzione mi garantisce il diritto all’istruzione gratuita, poi lo Stato mi obbliga a partecipare a percorsi formativi alternativi non gratuiti? Ma lo stato quanti fondi destina per le attività di alternanza? Bastano a pagare le aziende o a rimborsare chi ha dovuto utilizzare i propri soldi? No, non bastano. I soldi che lo stato dà alle scuole per l’alternanza sono veramente pochi. Si parla dell’ordine di grandezza delle centinaia di euro. Non di più. Perché è risaputo che le casse delle scuole siano in uno stato florido. Perché è risaputo che possano pagare tutto facendocela senza aiuti alternativi.

Ipocrisia e poco realismo. Fatto sta che le scuole devono mantenersi sole. Però il percorso è obbligatorio per legge.

Non voglio dire che non sia utile per alcuni indirizzi superiori. Per i tecnici e professionali credo possa avere i suoi vantaggi ma è un percorso formativo che esiste da anni per loro e che svolgono con modalità diverse. Ma perché riproporlo anche in un percorso scolastico in cui l’impostazione didattica è completamente diversa dal resto? Si dice che il liceo sia fatto ad hoc per l’università e si dice anche che, senza l’università, un diplomato al liceo non ha grandi possibilità nel mondo del lavoro. E allora perché, invece di bruciare le tappe, non si fanno delle attività di orientamento universitario specifiche e valide? Farlo significherebbe aiutare ogni ragazzo a comprendere le proprie attitudini e esigenze. Farlo significherebbe aiutare ogni ragazzo a vivere un primo approccio col mondo accademico.

La speranza è che ognuno di noi possa fare ciò che ama ed è per questo che lo stato deve lavorare. Ma l’alternanza purtroppo non aiuta.

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