Sulla nostra pelle

È un articolo scritto emotivamente. L’ho scritto di getto dopo aver finito il film. Non mi sono preoccupato particolarmente della forma, ho cercato più che altro di metterci tutta la rabbia accumulata nel contenuto.

Sono passati quasi 10 anni da quel 15 Ottobre 2009. Avevo solamente nove anni quando è accaduto. In parte, avevo gli strumenti per capire cosa fosse successo ma non avevo la giusta maturità per capire quanto quel fatto fosse grave. Lo ricordo come se fosse ieri, è difficile dimenticare un dramma simile, che tu sia un bambino, una ragazza o un adulto sono eventi che ti segnano per tutta la vita. Negli anni ho seguito la vicenda ma non meticolosamente.

Da qualche giorno è stato presentato alla 75esima Mostra del Cinema di Venezia “Sulla mia pelle”, il film sugli ultimi sette giorni di vita di Stefano Cucchi. Da ieri è presente anche nelle sale italiane e sulla piattaforma di streaming Netflix. Così ho deciso di vederlo. Il caso di Stefano Cucchi e la sua storia meritano di essere portati in tutte le case degli italiani e meritano di essere compresi. Il film è stato il pretesto per capire meglio cosa fosse successo e Alessandro Borghi, autore di una prestazione di altissima caratura, ha fatto in modo che chiunque lo abbia visto vivesse la sua stessa sofferenza. Sicuramente partecipare alla realizzazione di un film simile è una responsabilità che in pochi possono sostenere, ma l’attore romano non ha deluso le aspettative.

Innanzitutto voglio quindi ringraziare chi si è impegnato affinché questa storia potesse arrivare a tutti e sensibilizzarci. Ne avevamo veramente bisogno, era un film necessario. Grazie Alessandro, Grazie Netflix, Grazie a tutti.

Tornando un attimo indietro nel tempo. A quando il fatto è successo. Io ero poco più che un bambino, ricordo di aver sentito la sua storia al telegiornale e in qualche discussione fra i miei genitori e i miei parenti. Lo ricordo benissimo perché ha in qualche modo segnato la mia infanzia. Ricordo le parole infinite che mio padre spendeva su questa storia, ricordo le prime volte che iniziavo a capire quello che era successo. Stefano Cucchi era un ragazzo romano di appena 30 anni, come tanti. Aveva già avuto problemi con la droga e la sera del 15 Ottobre 2009 è stato fermato da una pattuglia dopo esser stato visto cedere a un uomo delle confezioni trasparenti in cambio di una banconota. Viene perquisito e trovato in possesso di dodici confezioni di hashish, tre confezioni di cocaina e una pasticca di Rivodril (Stefano era epilettico). Viene decisa la custodia cautelare. Stefano entra senza traumi fisici. Il giorno dopo viene processato per direttissima. Durante il processo ha già difficoltà a camminare e a parlare e mostra dei segni di percosse. Ha due grandi ematomi agli occhi. Il giudice stabilisce che il suo processo verrà celebrato qualche settimana dopo e gli conferma la custodia cautelare al carcere di Regina Coeli. Le condizioni del giovane romano peggiorano e “viene visitato all’ospedale Fatebenefratelli presso il quale vengono messe a referto lesioni ed ecchimosi alle gambe, al viso, all’addome e al torace, incluse una frattura della mascella, un’emorragia alla vescica e due fratture alla colonna vertebrale” (https://it.wikipedia.org/wiki/Morte_di_Stefano_Cucchi). In carcere le condizioni peggiorano ulteriormente, morirà poi il 22 Ottobre 2009, dopo una settimana di sofferenze. Gli agenti penitenziari negheranno di aver esercitato violenza nei suoi confronti, in primo grado le accuse per omicidio colposo e preterintenzionale sono decadute ma fortunatamente le indagini sono state riaperte.

Inizio col dire che non è mia intenzione mitizzarlo o difenderlo a priori, è mia intenzione chiedere che venga fatta giustizia.

Quanto successo è una chiara violazione dei diritti umani. Un fatto simile, in uno stato che viene definito e si definisce civile, non dovrebbe accadere neanche nei film. Provo estrema vergogna per chi ricopriva cariche istituzionali in quel momento, a partire dal Presidente della Repubblica, il Capo del Governo, il Ministro della Giustizia, dell’Interno e i vertici dell’Arma dei Carabinieri e della Polizia Penitenziaria. Provo estrema vergogna per quello che hanno fatto o non fatto. In uno stato democratico, liberale, civile e normale come l’Italia dovrebbe essere, le Istituzioni nel momento della scoperta dell’accaduto si sarebbero dimesse in blocco. Il Presidente della Repubblica, nonché capo della nostra magistratura e garante della nostra Costituzione avrebbe dovuto fare un passo indietro per chiedere verità. La nostra Costituzione garantisce a tutti noi il rispetto dei diritti umani e una così chiara violazione rappresenta una ferita mortale per la nostra Costituzione. Allora come può il garante della Costituzione accettare che sia avvenuto un simile dramma? Come può il capo della magistratura, il corpo che dovrebbe garantire che venga fatta giustizia, permettere che sia avvenuta una tale ingiustizia? Invece cosa è successo? Le Istituzioni coinvolte fin da subito hanno fatto in modo che la scoperta della verità venisse ostacolata.

Non so se sia giusto chiamarla ingiustizia, sicuramente siamo davanti a una chiara violazione dei diritti umani. Questo è un reato di cui lo Stato italiano e tutti i suoi cittadini si sono macchiati. Ci siamo tutti macchiati col sangue di Stefano. Siamo tutti complici di quello che è successo perché nessuno di noi doveva permettere che potesse accadere. Così come lo Stato ci controlla, siamo noi a dover controllare lo Stato. Siamo tutti complici perché era importante che fossimo tutti noi a chiedere giustizia. Questo è un dramma che avrebbe potuto colpire qualsiasi famiglia italiana. Perché questa volta è capitata alla famiglia Cucchi, ma chissà a chi potrebbe capitare la prossima. Siamo tutti complici perché lo Stato siamo tutti noi. Cosi come Aldo Moro, Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, anche Stefano Cucchi è morto per responsabilità dello Stato. Che sia stato uno spacciatore, un tossico o una semplice persona come tutti noi, non meritava quel trattamento e non meritava di morire così. Meritava di essere giudicato come tutti gli altri cittadini italiani che lo sono stati. Meritava di continuare a vivere e regolare il suo conto con la giustizia. Ma non meritava di essere ucciso.

E allora era ed è ancora fondamentale che venga chiesta giustizia e che venga fatta luce. E allora è fondamentale che la verità emerga perché uno Stato che non riesce a proteggere i suoi figli e ad assicurare la giustizia risulta essere un fallimento istituzionale.

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