L’Europa che non sarà…

Giusto qualche giorno fa il Governo italiano, la Commissione europea e il Presidente del Consiglio europeo hanno festeggiato la vittoria in un tavolo di trattative che sembrava molto ostico. Ma è seriamente una vittoria o è più una vittoria di Pirro?

L’Europa unita ha rappresentato e rappresenta il sogno politico e progetto più importante. Gli Stati Uniti d’Europa sembravano un’opportunità di conoscere il mondo attraverso occhi diversi: non più con una prospettiva solamente italiana, ma con una prospettiva europea piena. In un mondo di superpotenze economiche e militari, l’Europa unita sarebbe dovuta essere un terreno fertile e l’emergenza Covid-19 il trampolino di lancio per la costruzione di una nuova Unione; invece si è rivelata l’ennesimo ostacolo su cui questa Unione si è andata a infrangere. Il coronavirus ha portato al pettine tutti i nodi che il Progetto europeo, in sessanta anni di costruzione – ma, in particolar modo, a partire dal ’92 – ha visto crescere.

Il sogno di una Europa unita ha fatto sì che io credessi che fosse un progetto perfetto: non era l’Europa a funzionare male in molte situazioni, ma le teste che governavano i singoli paesi membri. In realtà, a vedere ciò che è accaduto e ciò che sta accadendo da una prospettiva diversa, non è proprio così. L’Europa così come è stata pensata e creata è un organismo imperfetto e, per certi versi, perverso. Perverso perché risponde a logiche, utilizza ricette e si basa su una disciplina economico-politica ortodosse, che non lasciano alcuna possibilità di riforma e di progresso. È un organismo a-democratico, a-politico e non solidale: l’Unione Europea trova il suo fondamento ideologico nella perdita di sovranità, nella tecnocrazia e nella concorrenza economica tra i paesi membri. Fin quando il processo di decisione politica non sarà gestito dall’unico organo democraticamente eletto, il Parlamento europeo, ma continuerà ad essere governato da un consesso formato da singole teste, l’Unione Europea non avrà speranza di cambiare.

Per rispondere alla crisi economico-sociale dovuta all’emergenza sanitaria l’Unione Europea non ha gli strumenti politici adeguati e le leve economico-finanziarie necessarie. Siamo di fronte ad una crisi economica che nasce da uno shock simmetrico, poi trasformatosi in un problema regionale. Se il problema è localizzato in una parte di Unione e in altre meno, l’imperativo categorico sarebbe dovuto essere quello di aiutare con tutti gli strumenti possibili le zone più a rischio. Il recovery fund non può assolvere a questa funzione, perché è uno strumento con una coperta molto corta, uno strumento che non socializza l’indebitamento dei paesi più colpiti e perché le tempistiche di cui si parla, per una contrazione così importante e decisa dell’attività economica, sono un’era geologica. Settecentocinquanta miliardi di euro, di cui trecentosessanta di prestiti, a partire dal Gennaio del prossimo anno sono una cura omeopatica per un paziente gravemente malato. L’Unione Europea avrebbe avuto bisogno di una risposta ben più incisiva e celere – è nell’ordine di grandezza dei secondi che si dovrebbe agire per tamponare la situazione e immettere nel sistema il necessario per la ripartenza -, ma soprattutto di una risposta specifica diversa: i paesi in difficoltà non hanno bisogno di ulteriore indebitamento; hanno bisogno di una enorme quantità di sussidi. La crisi economica è di portata straordinaria e necessita di strumenti di portata straordinaria: il recovery fund non basta e non bastano trecentonovanta miliardi di sussidi per arginare la crescita esponenziale dei debiti pubblici dei paesi dell’Europa mediterranea. Il recovery fund rientra in toto nella narrazione mainstream dell’economia neoclassica, perché non offre alcuno spunto di rottura rispetto alla situazione antecedente alla crisi. Non spinge l’Unione verso una maggiore integrazione, verso una maggiore democraticità delle sue Istituzioni e non spinge l’Unione verso un modo di utilizzare l’economia come strumento di gestione politica diverso da quello usato sino ad ora. Il recovery fund non è altro che la conferma che la Storia è una maestra senza allievi.

Ma c’è da dire che, durante la prima fase di trattative, una proposta decisamente più interessante era stata fatta: il Governo spagnolo ha proposto un fondo da millecinquecento miliardi finanziato attraverso l’emissione di titoli di debito europei perpetui, assegnato ai paesi in difficoltà attraverso trasferimenti e non attraverso ulteriore indebitamento. Una proposta che avrebbe avuto ben altra incidenza sul tessuto economico europeo e che avrebbe dato ben altra spinta all’integrazione europea. Ma sono forse mancati il coraggio e la lungimiranza di fare una scelta forte o forse, più semplicemente, non si è voluto farlo, perché la strada che deve percorrere l’Unione è un’altra. Se così fosse, non sarebbero i sovranisti a mettere fine al Progetto, ma chi per anni si è vestito di un europeismo acritico; e la sensazione più amara è che, proprio chi lo ha fatto e continua a farlo, sta festeggiando una operazione ben riuscita su un paziente che non c’è già più.

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