Un taglio alla democrazia

A pochi giorni dal referendum costituzionale, mi sembra doveroso tornare a scrivere sul perché il taglio del numero dei parlamentari non risolverà alcunché (link al primo articolo: https://www.instagram.com/p/B7jHJvMoSsz/?igshid=1hk616mk24qq0). Anzi, probabilmente, andrà a compromettere ancor di più una situazione già compromessa.

Rispetto a qualche tempo fa, noto con piacere che la situazione è mutata. Il movimento “6000sardine”, in uno slancio di ritrovata lucidità, per bocca del suo portavoce Mattia Santori, si è schierato apertamente per il No. Una prova di coraggio, soprattutto in un momento in cui la classe politica si sta dimostrando la caricatura peggiore di sé stessa. Mi stupisce, invece, l’ex segretario del Partito Democratico Martina che ascrive la battaglia per il Sì alla storia della sinistra italiana. Deve aver confuso la strada.

Il taglio del numero dei parlamentari è il provvedimento preferito della casta, proprio quella entità suprema di cui vogliamo disfarci. Ma perché lo è?

In primo luogo, per una questione prettamente di ingegneria istituzionale. Tagliare il numero dei parlamentari vuol dire diminuire la rappresentanza delle minoranze locali e dei territori meno popolosi. Infatti, un minor numero di parlamentari corrisponde a un minor numero di circoscrizioni elettorali, le quali automaticamente diventano più grandi. Una democrazia efficiente, o più semplicemente funzionante, si serve di un mosaico ben organizzato di meccanismi, in cui deve assolutamente rientrare anche il rapporto tra il rappresentante e i cittadini rappresentati. Entrando più nei particolari, – per lo specifico assetto costituzionale della Repubblica Italiana, un parlamento formato da due camere rappresentative che svolgono le stesse funzioni (c.d. bicameralismo perfetto), una sola delle quali eletta a base regionale, il Senato – ridurre i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200 è il provvedimento giusto per azzerare le istanze delle piccole e medie città. A farla da padrone saranno i grandi agglomerati urbani, le grandi metropoli e gli hinterland, i cui cittadini avranno a disposizione un numero più elevato di parlamentari rispetto a chi abita territori – magari meno popolosi – la cui estensione territoriale è di gran lunga maggiore. Faccio un esempio pratico, prendendo in considerazione la mia Provincia. Il mio collegio elettorale (Lazio 2 – 01) alla Camera, che comprende la Provincia di Rieti, la Città di Civitavecchia e la Provincia di Viterbo – un territorio con una estensione territoriale importante (6500 km2) e 620000 votanti iscritti-, ha un gruppo di eletti formato da soli 6 deputati; mentre un collegio geograficamente molto più piccolo, come ad esempio il collegio plurinominale Lazio 1 – 01 (Roma centro per intenderci) conta un gruppo di eletti di ben 7 persone. Non è un caso che già oggi anche un ragazzo appassionato e informato di politica come me non abbia contezza del lavoro portato avanti da chi lo rappresenta. Figuriamoci come potrebbe essere dopo.

Il secondo motivo è strettamente correlato al primo: un collegio elettorale più grande porta inevitabilmente a dei costi più grandi. Coprire un territorio più esteso ed avere un contatto stretto con i propri elettori significa dover smuovere grosse quantità di denaro. Ma da dove proverrebbero le ingenti somme? Nella quasi totalità dei casi da grandi gruppi di interesse, rendendo maggiormente vigoroso il fenomeno delle lobby. Paradossalmente, il taglio dei parlamentari – insieme all’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti – risponde a una logica amica delle élite, le classi dominanti così tanto biasimate e combattute. In teoria vi sarebbe anche un’altra strada: quella della completa scomparsa del rapporto rappresentante – rappresentato e della dematerializzazione del dibattito politico. Insomma, nel migliore dei casi,  la politica tornerà ad essere una passione per soli ricchi.

Il terzo motivo – e io credo quello socialmente più importante – è il freno al ricambio generazionale, oggi necessario. Tagliare il numero dei parlamentari vuol dire rottamare definitivamente quell’ascensore sociale che accompagnava i giovani a fare esperienza politica. Un tempo si prevedevano tempi e percorsi ben definiti, i ragazzi intenzionati a fare della politica la propria vita dedicavano tempo e impegno per svolgere una gavetta che avrebbe reso loro preparati e formati. Ad ogni step del cursus  honorum corrispondeva un certo e determinato grado di maturità politica. La Politica e lo Stato sono realtà complesse e non tutti sono in grado di comprenderle, motivo per cui l’esperienza e la competenza sono due caratteristiche di cui non si dovrebbe fare a meno. Non la competenza tecnica dei burocrati, fondamentale in uno Stato per determinate cose, ma la competenza politica di persone in grado di progettare, programmare e indirizzare.

Dire No al referendum costituzionale non implica dire No a tutte le riforme costituzionali. Anche secondo me l’Italia ha un urgente bisogno di riforme, perché il nostro assetto non può più rispondere alle esigenze di un mondo frenetico, ma ha bisogno di altro. Allora siamo sicuri che il taglio al numero dei parlamentari sia quello che ci aspettiamo?

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