Taglio dei parlamentari: istruzioni per l’uso

Non ne ho mai fatto segreto, anzi ho esposto apertamente le mie motivazioni per cui la riforma costituzionale, appena confermata dal voto popolare nel referendum costituzionale di qualche giorno fa, non è ciò di cui abbiamo bisogno. L’esito del voto non è stato positivo dal mio punto di vista, ma il metodo democratico comporta oneri e onori. Non sempre siamo dalla parte più popolare.

Proprio perché credo che la riforma non sia un miglioramento, ma un peggioramento della salute del nostro sistema politico, penso che saranno necessari alcuni correttivi, i quali devono avere come obiettivo principale quello di riequilibrare la rappresentatività dei territori e delle istanze politiche minoritarie rispetto alla diminuzione del numero dei parlamentari. Ma quali sono i correttivi più utili per raggiungere questo obiettivo?

Torniamo alle province democraticamente elette

Non ho mai capito perché, ma per anni le province sono state demonizzate dalla classe politica. Le ho sempre viste come l’ente territoriale più vicino ai cittadini, oltre alle amministrazioni comunali, e come una istituzione che avesse bisogno di essere rafforzata per gestire al meglio tutte le competenze a loro assegnate. In principio fu la legge Delrio a ridisegnare le loro funzioni, ma soprattutto a trasformare gli organi elettivi in organi elettivi di secondo grado. Infatti non sono più i cittadini a decidere chi sarà il Presidente della Provincia e da chi sarà composto il Consiglio provinciale, ma i sindaci e i consiglieri comunali dei comuni facenti parte della Provincia. Poi fu la volta della riforma costituzionale del 2016, la quale si proponeva di abolirle definitivamente e di assegnare le funzioni proprie delle province ad altri enti territoriali. Insomma, le province ne sono uscite sicuramente indebolite e, forse, questa riforma costituzionale può essere il pretesto per ricucire uno strappo tra cittadini ed istituzioni rafforzandole. Dato che il primo motivo per cui avevo previsto di votare No era la mancanza di rappresentanza dei territori meno popolosi, a volte estesi territorialmente molto più di altri, il primo correttivo che propongo è il ritorno all’elezione diretta degli organi politici delle Province. Non si tratta di moltiplicare poltrone (che già esistono), ma di tornare ad eleggerle democraticamente. Un organo politico, se legittimato democraticamente e politicamente, ha maggiore vigore nell’imprimere un determinato indirizzo politico e nel rappresentare determinate istanze.

Una nuova legge elettorale

Quello della legge elettorale è un terreno particolarmente scivoloso, perché – dal 2005 ad oggi – più o meno tutte le maggioranze di governo hanno cercato di disegnare una legge elettorale che svantaggiasse i propri avversari. La legge elettorale disciplina le regole del gioco del metodo democratico ed è uno degli strumenti principali usati per creare un certo sistema partitico e politico, piuttosto che un altro. È questione di questi giorni l’approdo in commissione di una legge elettorale di stampo proporzionale, che riprende in alcuni suoi tratti principali la legge elettorale tedesca. Ma io non credo sia la soluzione adeguata. Nel ’93 fu indetto un referendum abrogativo di alcune disposizioni della legge elettorale sino ad allora usata, dal risultato emerse un segnale chiaro: i cittadini italiani vogliono decidere il proprio rappresentante del territorio attraverso una legge elettorale di stampo maggioritario a collegi uninominali. Fu per questo motivo approvata una legge elettorale con quei caratteri, anche se leggermente mediati. Riprende il nome del nostro Presidente della Repubblica ed è, forse, il miglior sistema elettorale che l’Italia abbia mai avuto: una quota maggioritaria, il 75%, con collegi uninominali, attraverso cui i cittadini potevano scegliere il proprio rappresentante personalmente, e una quota proporzionale, il 25%, attraverso cui il Parlamento rappresentava tutte le istanze politiche. Il mio auspicio è tornare al Mattarellum o a una legge elettorale simile. I sistemi elettorali proporzionali, nonostante il vantaggio di fotografare alla perfezione la situazione partitica e di permettere a chiunque di esprimere la propria proposta politica (tendenzialmente un sistema maggioritario porta alla creazione di pochi poli politici che si alleano in anticipo rispetto alle elezioni), hanno forse finito la loro funzione storica o, comunque, non sono adatti per questo contesto.

Applichiamo l’art. 49 Cost.

La peculiarità della nostra Costituzione è la capacità di disciplinare quasi ogni ambito della vita sociale, politica ed economica dei cittadini italiani. Già se fosse applicata in toto, la Repubblica avrebbe svolto una delle sue funzioni principali: la tutela delle libertà e dei diritti di ognuno di noi. Uno degli articoli meno sviluppati a livello legislativo è l’art. 49, riguardante la struttura democratica dei partiti italiani. Se addirittura i partiti sono stati inseriti in Costituzione, è perché hanno svolto una funzione storica – e dovrebbero svolgerla ancora – rilevante per lo sviluppo di questo paese. La Costituzione dice solamente quel che vuole dire. I partiti hanno partecipato attivamente alla guerra di Liberazione dal mostro nazifascista e, per decenni, hanno ricoperto il ruolo di scuola di formazione sociale e civile. Nonostante questo, però, l’art. 49 non è mai stato applicato e le strutture dei partiti hanno sempre costituito un qualcosa di oscuro. Sviluppare legislativamente le disposizioni dell’articolo vuol significare dare finalmente voce a una necessità dei cittadini: vivere pienamente la propria vita politica, viverla in modo perfettamente democratico, non oscuro. Scegliamo come farlo, ma diamoci delle regole. È uno dei pochi modi che abbiamo per riavvicinare i cittadini alla politica. È arrivato il momento di farlo.

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