Virus e disuguaglianze

Tra i tanti effetti collaterali che il virus crea vi sono sicuramente anche quelli socio-economici: la pandemia, infatti, sta allargando a dismisura le distanze tra le fasce più deboli della popolazione e quelle meno a rischio. Lo stesso termine distanziamento sociale (e non distanziamento fisico) sembra intendere non tanto una misura di precauzione sanitaria, quanto l’acuire di un disagio vissuto tra due mondi diversi. Nascono e crescono disuguaglianze di tipo economico, sociale e, soprattutto, culturale.

In Europa il virus, per parafrasare le parole di un noto medico e professore universitario italiano, “ha ricominciato a mordere”. Su tutti i giornali italiani vengono pubblicati articoli  sulle misure restrittive che gli altri paesi occidentali stanno tentando per mitigare il contagio. Macron ha annunciato un confinement per la Francia; Boris Johnson, in pieno Sabato sera, ha annunciato che da Giovedì l’Inghilterra tornerà in lockdown; e anche la Germania andrà in quella direzione. Ciascun Paese ha deciso di attuare le proprie misure di restrizione, molto spesso diverse, ma tutte con un unico punto in comune: le scuole (e anche le università) rimarranno aperte. Un messaggio politico forte, in netta contrapposizione a quello italiano.

Perché sì, in Italia, prima di ogni altra cosa, si chiudono le scuole e si torna alla didattica a distanza. Lo ha fatto per primo il Presidente De Luca, poi è stata la volta della Lombardia, del Lazio, della Puglia, ecc. Tra chi ha deciso di chiudere le scuole di ogni ordine e grado e chi ha imposto la didattica a distanza solamente per gli studenti delle superiori, ogni regione italiana ha la sua posizione, ma quello che conta è il messaggio comunicato. Anche in questa situazione la Scuola è all’ultimo posto tra le nostre priorità. Lo era a Marzo quando son state chiuse prima le scuole e poi gli impianti sciistici e lo è ora.

Ma perché in un articolo che parla di virus e disuguaglianze dovrebbe rientrarci un tema come la scuola?

La ragione è molto semplice: se il virus sta contribuendo ad allargare le maglie nelle mappe delle disuguaglianze, una delle motivazioni principali è perché rinunciamo a tenere aperti i nostri istituti.

È sotto gli occhi di chiunque che la didattica a distanza non offre una valida alternativa alla didattica in presenza, è solamente una misura argine per periodi di tempo molto ristretti. La vera formazione si fa a scuola e, per quanto possa suonare strano in un momento simile, necessita di un certo grado di socialità. Lo schermo non sarà mai un compagno di banco e l’immagine di un docente in videocamera non è lo stessa di quando lo si vede in cattedra.

In un paese come il nostro – con un tasso di dispersione scolastica molto alto (14,5% di cui l’1,2% costituito dal dato della Sicilia), con una percentuale di laureati molto bassa (solamente il 23,4% degli occupati dichiara di avere una laurea, mentre il 30% di lavoratori dichiara di essersi fermato alla licenza media) e con uno scostamento tra formazione e mondo del lavoro molto accentuato (tasso di disoccupazione giovanile al 20% secondo l’Istat) – il rischio è che tutto questo si possa ripercuotere su una intera generazione. I danni provocati dalla chiusura delle scuole e dalla didattica a distanza potrebbero contribuire a creare una società sempre più divisa e frantumata. Penso a Torre Maura, a Scampia, a Quarto Oggiaro, ma anche a comuni più piccoli e meno famosi: la scuola è l’unica valvola di sfogo per chi vive una situazione di disagio familiare e sociale. Ed è l’unica possibilità reale che le fasce più deboli hanno per attivare l’ascensore sociale (e ridurre il gap che esiste tra loro e le élites). Decidere di chiudere le scuole e passare alla didattica a distanza significa per quei ragazzi piantare la pietra tombale sulla loro carriera scolastica, gettandoli in un circolo vizioso che li ancora, a maggior ragione, ad una situazione di degrado e disagio.

Ma, se le disuguaglianze culturali non sono un argomento valido, basti pensare che la formazione di quel capitale – in gergo tecnico – definito “umano” è una delle componenti fondamentali della crescita economica di una nazione. E se non bastano le differenze di preparazione e possibilità a giustificare il tenere aperte le scuole, iniziamo a pensare a cosa potrebbe accadere: siamo un paese in crisi da anni e le nuove generazioni sono l’unica leva da sfruttare; ma se quella leva non può funzionare, cosa pensiamo di fare?

Per non parlare poi dell’effetto che la chiusura delle scuola impone alle famiglie italiane. A pagare pegno per la didattica a distanza – oltre agli studenti – sono le donne. La mancanza di strumenti di sostegno solidi (congedi retribuiti al 100%, bonus babysitting e altri) le costringe, in moltissimi casi, a rinunciare al proprio lavoro per assistere i figli durante le ore di lezione. Infatti, secondo una stima della Fondazione studi dei consulenti del lavoro, sarebbero ben 56 su 100 i posti di lavoro persi da donne nel secondo trimestre 2020. L’Italia parte da una situazione non particolarmente rosea: il gender pay gap (la differenza salariale tra uomo e donna), nel 2019, si è attestato all’11,1% (un valore assoluto di circa 3000€ lordi; è come se le donne iniziassero a lavorare i primi giorni di Febbraio, anziché nei primi di Gennaio) e la percentuale di dirigenti donne all’interno di aziende private è pari al 15% (percentuale che arriva al 32% se aggiungiamo la Pubblica Amministrazione). Un problema che, causa pandemia, si aggraverà e non poco.

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