Americhe

Nel mentre stavo scrivendo questo articolo, è uscita la notizia che Biden ha raggiunto i fatidici 270 grandi elettori, sarà il prossimo Presidente degli Stati Uniti. La Pennsylvania ha cambiato le carte in tavola e azzerato le possibilità di Trump di essere rieletto.


Non pensiamo che – ad aver battuto Trump – si sia battuta la destra e non pensiamo neanche che sia una battuta d’arresto per lo schieramento reazionario. Se Biden ha vinto, lo deve non tanto ai suoi meriti elettorali, quanto ai demeriti politici del Tycoon newyorkese. Il Presidente repubblicano è uno dei tanti prodotti di una società malata nei suoi valori fondanti e nei meccanismi su cui si basa. In tutta la sua eccentricità, ha compreso il disagio vissuto da tutte quelle fasce della popolazione che sono state lasciate ai margini dei benefici imposti dal progresso. Nella conservazione del proprio status le classi medie e lavoratrici hanno trovato l’unico appiglio per mantenere la propria dignità. Nonostante le risposte sconsiderate a problemi di portata epocale e globale, Trump non ha perso tutta la sua forza elettorale: chi lo ha votato, non lo ha fatto per un mero voto di protesta: lo ha scelto, ha fornito una chiara indicazione politica; ha fornito il suo appoggio a una proposta radicale, nei toni quanto nei contenuti.

Le ultime due tornate elettorali statunitensi, ma non solo, sono uno dei tanti sintomi che il mondo occidentale sta palesando. Per il tramite di politici quali Thatcher e Reagan e di politiche di liberalizzazione e di arretramento dello stato sociale, in nome dell’ideologia del mercato e dell’individualismo portato alle estreme conseguenze, l’Occidente ha costruito un modello sociale autoreferenziale e fine a se stesso, in cui il progresso ha creato pochi vincitori e moltissimi vinti. Il disagio – sociale, politico ed economico – vissuto dalle classi medie e lavoratrici ha contributo – in parte – al ritorno di un conservatorismo violento e reazionario, in risposta al moderatismo figlio degli anni ’90 e primi anni ’00.


Contribuito in parte perché la restante è opera dello schieramento di sinistra. La fine dei grandi partiti della sinistra novecentesca, lo spostamento verso il centro del loro baricentro politico e la poca attenzione verso i diritti sociali hanno contribuito a creare una lacerazione tra lo schieramento e il bacino elettorale che dovrebbe essere di suo riferimento. La sinistra ha rinunciato ad assolvere al suo compito di protezione delle fasce più deboli, lasciandole preda di una politica aggressiva e divisiva e abbracciando una politica di sistema capace solo di conservare potere. In questo Biden non offre una rottura rispetto al passato. Il neo-Presidente eletto è riuscito a raggiungere il proprio traguardo non tanto in forza di una proposta politica capace di ricucire lo strappo, quanto per una alleanza tra tutte le anime democratiche (e in parte anche repubblicane) in funzione anti – Trump. Il rischio maggiore è che, dopo queste elezioni, si tornerà allo stesso punto in cui ci si è trovati 4 anni fa. E a quel punto lo schieramento reazionario sarà più forte che mai. Allora non pensiamo che – ad aver battuto Trump – si sia battuta la destra e non pensiamo neanche che sia una battuta d’arresto per lo schieramento reazionario. La battaglia è ancora molto lunga e non è il momento di adagiarsi sugli allori.


Ma dagli States – oltre al mostro più grande – arrivano anche le proposte di rottura più interessanti (dalle primarie 2016 del Partito Democratico le prime novità e dalle ultime elezioni per il Congresso le prime conferme). Il senatore del Vermont Bernie Sanders, nel 2016, non è riuscito ad ottenere la nomina a candidato Presidente, ma ha imposto all’interno del dibattito politico statunitense temi mai affrontati prima (alle ultime primarie ha provato di nuovo ad ottenere la candidatura; prima che l’establishment democratico lo circondasse e che alcuni problemi di salute lo colpissero, era il candidato più forte); Alexandra Ocasio – Cortez, astro nascente della sinistra socialdemocratica americana e membro della Camera dei Rappresentanti, qualche giorno fa ha confermato il suo seggio con il 68,8% dei consensi e le ultime manifestazioni, oltre al tema razziale, sembrano offrire lo spunto di una lotta di classe, imponendo anche ai più moderati una presa di posizione diversa sulla propria tabella di marcia.


Dunque, cos’è che noi cittadini oltreoceano possiamo imparare dalle elezioni americane?


Che Biden è, forse, il male minore, ma che la battaglia non si può più vincere al centro. Che non basta appellarsi al male minore. Non basta più proporre mezze misure per rassicurare. Il moderatismo ha terminato la sua funzione storica e oggi serve molto altro. È necessario prendere spunto dalla rottura che deriva dalle nuove proposte e dalle nuove leve. Serve una proposta politica forte che sappia far innamorare e aggregare, degna di ricucire un tessuto sociale lacerato. Serve una proposta politica che sappia riportare al centro del dibattito la dignità e solamente la sinistra può farlo.

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