Le tante facce dello Smart-working

In quanti si sono trovati da un giorno all’altro a dover lavorare da casa, magari dalla propria camera da letto o dal proprio salotto? E in quanti hanno dovuto adoperarsi per trovare una postazione adatta per sistemare scartoffie e faldoni in questo ultimo periodo?

La pandemia ha contribuito ad accelerare, in maniera esponenziale, la transizione tecnologica nel mondo del lavoro. Il Bel Paese – si sa – non è mai stato particolarmente attento all’innovazione tecnologica portata dalla digitalizzazione e, in prima battuta, lo smart-working ha creato non poche difficoltà ad aziende e pubblica amministrazione. Nonostante questo, per opinionisti e anche per buona parte degli italiani, è stata una esperienza positiva. Ma è veramente tutto oro quel che luccica?

Sicuramente, il lavoro agile può offrire moltissimi vantaggi, ma non tutti lo sono in assoluto. Infatti, per ogni vantaggio che ne deriva si deve rinunciare a qualcos’altro e, spesso, è una rinuncia piuttosto pesante.

Il primo fattore su cui lo smart-working incide è la qualità del lavoro. Nell’introduzione le domande retoriche che utilizzo sono due: quanti sono in difficoltà per trovare un ambiente dove svolgere la propria attività lavorativa e quanti sono invasi dal disordine che il lavoro agile ha creato. L’ergonomia e l’ambiente di lavoro non sono aspetti marginali da sottovalutare. In un qualsiasi corso introduttivo alla sicurezza sul lavoro viene insegnato che è di fondamentale importanza organizzare le proprie interazioni con la propria attività e il proprio ambiente di lavoro per garantire che questa sia svolta senza essere nociva per la propria salute psicofisica. Ma quanti sono gli italiani che hanno una casa grande che permetta loro di avere ambienti separati in cui lavorare o stanze grandi dove farlo senza ostacoli? E non solo: quanti sono gli italiani che dispongono di una connessione internet dignitosamente veloce o un apparecchio tecnologico che non sia antecedente al dopoguerra?

Ma la qualità del lavoro e la salute psicofisica di ogni lavoratore passano anche per altri canali. L’uomo è un animale sociale e, in quanto tale, ha bisogno di avere interazioni sociali coi propri simili. In questo il lavoro, inteso come valore e non come attività produttiva, assolve a una funzione sociale molto importante. L’impresa per cui si lavora, il gruppo di colleghi e l’ufficio con cui si collabora costituiscono a tutti gli effetti delle piccole comunità di cui si è parte integrante. Quando si crea affiatamento tra colleghi è innegabile che sia più piacevole lavorare. Immagino quanto debba essere diventato difficile non provare disagio rinunciando a prendere un caffè tra una pausa e l’altra, a scambiare due parole con il proprio compagno di ufficio; e quanto debba esserlo passare giornate intere senza alcun contatto umano o stare ore e ore davanti uno schermo in videochiamata.

Inevitabilmente, poi, il lavoro agile deve essere ripensato e regolato meglio: non può trasformarsi in una occasione di arretramento dei diritti dei lavoratori. Anzi spinge a ripensare tutele e stato sociale. In primo luogo, va definito il diritto alla disconnessione. È impensabile passare ore e ore davanti a un computer, un tablet o in chiamata senza avere periodi prolungati di tempo in cui staccare la spina e riposare la mente. In Italia, l’unico riferimento è presente nella legge 81/17 (recante “Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato”): la norma afferma che “nel rispetto degli obiettivi concordati e delle relative modalità di esecuzione del lavoro autorizzate dal medico del lavoro, nonché delle eventuali fasce di reperibilità, il lavoratore ha diritto alla disconnessione dalle strumentazioni tecnologiche e dalle piattaforme informatiche di lavoro senza che questo possa comportare, di per sé, effetti sulla prosecuzione del rapporto di lavoro o sui trattamenti retributivi”, senza però disciplinarlo esplicitamente o darne una precisa regolamentazione, lasciando così tale facoltà tra luci ed ombre. In secondo luogo, è fondamentale ripensare gli strumenti di sostegno per le famiglie. Lo smart-working è sì uno strumento per conciliare meglio le proprie abitudini familiari con la propria attività lavorativa, ma non deve significare fare salti mortali per gestire più cose contemporaneamente. Non dico nulla di nuovo, ma sono necessari asili nido, scuole funzionanti e congedi parentali (a entrambi i genitori) che permettano anche a chi lavora da casa di potersi dedicare alla propria famiglia.

Dal punto di vista più strettamente economico, lo smart-working porta alcuni effetti positivi: risparmi per imprese e lavoratori (costi gestionali, trasporto, pasti, ecc.); e altri negativi: minore introito per le attività nei pressi degli stabilimenti delle aziende e della pubblica amministrazione. Infatti, per ogni euro risparmiato per chi lavora a casa, ce n’è uno in meno che entra nelle casse di bar, ristoranti, caffetterie e negozi vari che, nel corso degli anni, hanno investito soldi ed energie per offrire un servizio e scrivere una storia. Secondo una stima di Fipe-Confcommercio, la spesa per il solo pranzo infrasettimanale fa segnare un -64,9%, equivalente a circa 4 mld di euro. Una cifra non irrisoria visto che equivale agli ultimi stanziamenti del Governo per i ristori di molte più attività.

Per concludere: come ogni altra cosa, lo smart-working può essere una grande opportunità per alcuni motivi e un grande handicap per altri. Dipende da noi programmare e governare questo processo affinché siano più i benefici degli svantaggi. Quello che conta è evitare che sia l’ennesima occasione per lasciare qualcuno indietro.

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