Italia in Egitto

Sono passati, ormai, ben quattro anni dalla morte di Giulio Regeni. La Procura di Roma ha comunicato che le indagini saranno chiuse a breve. È pronta a mandare a processo gli ufficiali egiziani indiziati di essere tra gli assassini del giovane ricercatore italiano. Nonostante le indagini, ancora oggi non si riesce a far luce sul perché Giulio sia stato ucciso. Era un ragazzo brillante, pieno di vita; stava svolgendo un dottorato per l’Università di Cambridge, nello specifico sui sindacati indipendenti egiziani. Da sempre attivo per i diritti dei più deboli e per la tutela dei diritti umani, è stato brutalmente torturato e il suo corpo gettato sul ciglio di una autostrada. Giulio era scomodo perché sognava un mondo senza discriminazioni e soprusi, ma democratico e libero.

La storia di Giulio si lega a quella di un altro studente – questa volta egiziano e frequentante un master all’Università di Bologna – perché, da un lato, Patrick (Patrick Zaky è il nome dello studente egiziano) è uno studente altrettanto brillante, da sempre socialmente impegnato e, dall’altro, perché – come nel caso di Giulio – il Governo egiziano gli sta riservando un trattamento infame. Accusato di terrorismo, è stato arrestato, ormai, nove mesi fa e la sua detenzione non sembra che terminerà molto presto. In realtà, il suo arresto è dovuto, più che per il terrorismo, per l’attività che Patrick porta avanti per la comunità LGBT egiziana e per i diritti di tutte le minoranze oppresse nel paese nordafricano.

Giulio e Patrick fanno parte di una generazione di ragazzi e studenti che hanno deciso di sognare un mondo migliore rispetto a quello dei loro padri, un mondo in cui chiunque possa sentirsi sicuro di vivere e di esprimere la propria personalità. Fanno parte di un gruppo di ragazzi e studenti che hanno deciso di metterci la faccia in prima persona e di battersi per il loro ideale. In un caso fino a rimetterci la propria vita. Non spetta di certo a me analizzare il contesto politico e il diritto costituzionale egiziano, ma quanto accaduto basta a capire che Giulio e Patrick fanno parte di un gruppo di ragazzi e studenti sgradito a chi, come il regime egiziano, si è rivelato essere intollerante al rispetto dei diritti umani fondamentali.

Se dal regime di al – Sisi non ci si può aspettare chissà quale rispetto per le libertà altrui, dato che si tratta pur sempre di un regime autoritario e autocratico, neanche il Governo italiano ha brillato per coerenza e trasparenza. E non si tratta di una scelta politica di un singola maggioranza, ma di un atteggiamento portato avanti da qualsiasi colore politico. Si è passati da uno stato di inazione perenne, in cui il Governo egiziano ha potuto effettuare tutti i depistaggi necessari, fino alla vendita di due fregate militari al regime, che hanno sancito la conferma di quale è l’unico interesse che regola i rapporti internazionali: quello economico. Non i diritti umani fondamentali, non la vita di un giovane italiano e neanche la libertà di un ragazzo ormai pienamente integrato nella società italiana, ma il solo e unico dio denaro.

Insomma, la storia di Giulio si lega a doppio filo con quella di Patrick perché sono storie che raccontano di ragazzi che hanno deciso di non rassegnarsi alla barbarie di un mondo fatto di discriminazioni e soprusi. Sono storie legate a doppio filo perché la realpolitik viene anteposta a qualsiasi valore e ideale. Sono storie legate a doppio filo perché non sono solamente loro ad esser stati colpiti, ma tutto un sistema politico e sociale. Sono storie legate a doppio filo perché possiamo solo chiedere che venga fatta verità per Giulio e che Patrick sia lasciato in libertà.

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