Perché mi piace il pubblico, ma usufruisco del privato

Tra le rivoluzioni portate avanti negli ultimi tre secoli, oltre alla rivoluzione francese, alle rivoluzioni industriali e tecnologiche, io vorrei aggiungerne una che molto spesso viene trascurata. Una rivoluzione speciale quanto particolare, che ha contribuito in maniera concreta allo sviluppo sociale e delle innovazioni tecnologiche dell’ultimo secolo e ad aumentare la qualità della vita nei paesi più ricchi. Garantire di poter istruirsi, di poter imparare ed alfabetizzarsi, nonché di specializzarsi e di apportare un miglioramento al sistema sociale ed economico del proprio Paese è stato uno dei motivi per cui, nello scorso secolo e in particolare dopo la fine della seconda guerra mondiale, moltissimi giovani hanno potuto assaporare il gusto della libertà e dimenticare una situazione di semi o piena-schiavitù in cui la maggioranza della popolazione aveva vissuto fino a qualche anno prima. Ma per assolvere a una funzione di così grande importanza serviva (e serve) un soggetto che si facesse carico di uno sforzo di dimensioni altrettanto importanti.

Ovviamente è dello Stato che sto parlando. L’unico vero soggetto 1) che dispone di poteri e fondi necessari per garantire diritti e imporre doveri e 2) in grado di trasformare un vero e proprio mercato delle conoscenze, in cui l’istruzione veniva scambiata come un qualsiasi altro bene, nella concretizzazione di una tutela politica attiva. E ancora oggi, anche se sembra che spesso se lo sia dimenticato, è solamente lo Stato che può farlo. Eppure, nonostante questa mia idea e convinzione, mi sono iscritto in una università privata. Ma perché l’ho fatto?

Durante il mio quarto anno di liceo, ho potuto affrontare anche una piccola esperienza in una università pubblica, una grande università pubblica. Esperienza che mi ha permesso di comprendere in anticipo di qualche mese un po’ come funzionasse il mondo universitario. A primo impatto, per un ragazzo di soli 17/18 anni, la cosa che risalta di più agli occhi è la grandezza delle classi di un ateneo. Passare da soli 25 compagni a un’aula di 200/300 posti, in cui il ragazzo seduto negli ultimi posti non riesce ad ascoltare una singola parola di ciò che il professore sta dicendo, non è una esperienza molto positiva. Più che la partecipazione a delle lezioni, sembrava una lotta all’ultimo sangue, una vera e propria lotta per la sopravvivenza e per la riuscita del proprio percorso universitario. Un ambiente che nella stragrande maggioranza dei casi non è utile alla formazione e alla crescita, ma che rappresenta uno tra i deterrenti per cui moltissimi studenti decidono di mollare. La disorganizzazione logistica è il primo motivo per cui l’ho fatto.

Ma il numero degli studenti per ogni corso non riguarda solamente l’aspetto più prettamente logistico. Come in ogni altra comunità e in tutti i rapporti sociali, incide anche sulla qualità del rapporto tra esseri umani e, in particolare, tra professore e studente. Secondo le relazioni annuali redatte in ogni università risulta che in media vi sono 21 studenti per 1 professore contro il 7 a 1 della mia università. Una differenza non di poco conto che permette di avere un contatto diretto con ogni professore e di avere un riscontro più accurato nell’apprendimento. Infatti, avere la possibilità di conoscere professori e assistenti più da vicino, avere la possibilità di comunicare con loro senza alcuna difficoltà e di avere chiarimenti e spiegazioni meno caotiche permette, senza ombra di dubbio, una esperienza formativa decisamente migliore. Una differenza che incide nell’apprezzamento che gli studenti hanno nei confronti dei docenti (nel caso della mia università si attesta all’87% per i corsi di laurea triennale e all’88% nei corsi magistrali e a ciclo unico), nei confronti dell’ateneo (stabilmente all’87%) e nella qualità dei risultati ottenuti. Avendo io scelto una scienza sociale, facoltà dove solitamente sono veramente tantissimi gli iscritti e in cui, molto spesso, si è trattati più come numeri che come esseri umani, la situazione sarebbe stata estrema.

Una terza motivazione, legata anch’essa al mondo della didattica, è la capacità dei docenti di innovare il proprio modello formativo, discostandosi dalla classica lezione frontale e dal semplice fornire conoscenze, indirizzandosi verso un modello di didattica attivo. In particolar modo, in una facoltà come giurisprudenza dove gli argomenti dei vari corsi vengono riscritti velocemente ogni giorno e dove l’impatto della pratica rivoluziona la teoria, avere un occhio di riguardo a ciò che accade nel mondo aiuta alla comprensione di temi attuali e alla produzione di idee e nuovo materiale. Lo studio di sentenze, i processi simulati, le stesure di ricorsi giudiziari e moltissime altre attività spingono lo studente ad avere un approccio più pratico, empirico e meno didascalico ed entrare con maggiore vigore nel mondo che lo aspetta da lì a poco. Ma ciò, lo dico con rammarico, non so quanto sarebbe possibile in una situazione compromessa da una disorganizzazione logistica accentuata e dall’impossibilità di stabilire un rapporto umano tra i soggetti che formano il mondo universitario.

Infine, quello che ritengo di gran lunga il motivo più importante, quello che fa realmente la differenza: la visione di comunità e tutto ciò che gravita intorno alla mia università. A partire dal mondo associazionistico e delle riviste universitarie, vero zoccolo duro della socialità e comunitaria all’interno dell’università, fino ad arrivare al mondo della didattica extracurriculare e delle c.d. soft skills, ormai vero e unico fattore osservato nei colloqui di lavoro e nel mondo produttivo. Potrei passare ore intere ad elencarle, ma sono un numero non ancora quantificabile le attività che ogni anno, ogni mese e ogni giorno vengono organizzate all’interno del mio ateneo e che permettono di avere una crescita personale globale: dalla capacità di relazionarsi con gli altri, di parlare in pubblico, di scrittura creativa o di altre infinite altre peculiarità. Tutto un impianto che crea un vantaggio sostanziale, un impianto che si concretizza in risultati straordinari: l’80% degli studenti entro un anno trova un’occupazione, con punte del 90% in alcuni corsi. Un risultato, oserei definire, alieno in un paese in cui la disoccupazione giovanile si attesta a percentuali altissime.

Non nego che la mia sia una opportunità speciale o che io sia fortunato, però, un giorno, vorrei sfruttare tutto quello che sto imparando per aiutare anche chi quella fortuna non ce l’avrà. Mi darò da fare per cambiare le cose.

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