Art. 34

Sono uscite le prime bozze del piano che verrà presentato dal Governo italiano alla Commissione Europea per il trasferimento di prestiti e sussidi del cd. recovery fund e già è possibile tirare le prime somme. Secondo il documento, all’istruzione e alla ricerca spetterebbero circa 19 miliardi di euro, una somma che serve ad ammodernare e digitalizzare le strutture e il sistema formativo italiano, al fine di raggiungere gli standard europei. Infatti, l’istruzione superiore in Italia non vive una situazione particolarmente rosea: risulta essere sempre tra i fanalini di coda nelle statistiche ogni anno redatte per valutare lo stato di sviluppo dei paesi europei. Per avere chiaro lo scenario, basta prendere in considerazione due percentuali: il tasso di abbandono scolastico al 14,5% (media UE: 10,2%) e il tasso di laureati nella popolazione più giovane (età compresa tra 30 e 34 anni) al 27% contro la media UE del 40,2. Due percentuali che, sommate ad altri indicatori, raccontano di un Paese in declino socio-culturale e spiegano il perché il nostro sistema produttivo ha difficoltà a riemergere dalla crisi e ad offrire una prospettiva di crescita sostenuta.

L’Italia sembra aver dimenticato l’importanza dell’istruzione da moltissimi anni. Tra il 2008 e il 2011, il governo Berlusconi, per mano dei ministri Gelmini e Tremonti, ha tagliato circa 10 miliardi di fondi, togliendo 8 miliardi e mezzo dalla voce di spesa pubblica per la scuola e 1.5 da quella per l’università; i governi che dal 2012 si sono succeduti non hanno invertito la rotta e hanno confermato quanto deciso in precedenza e l’ultimo governo, nel periodo pre-pandemia, ha visto addirittura dimettersi il ministro Fioramonti per questo motivo. Il taglio dei fondi è stato il risultato di una proposta politica illogica e poco lungimirante, che in nome dell’austerità, ha deciso di mettere mano allo stato sociale con l’unico obiettivo di smantellarlo. I fondi europei e la bozza di piano del Governo sono solo un timido arretramento rispetto alle scelte di taglio degli scorsi anni, ma il sistema scolastico e formativo italiano ha bisogno di una riforma molto più radicale e, per alcuni versi, totale.

Insieme a una riforma del sistema universitario, l’Italia ha bisogno di ripensare il proprio sistema di formazione secondaria. La scuola italiana parte da una situazione particolare, in cui appare essere socialmente stratificata, dove chi proviene da una famiglia benestante riesce a conseguire risultati migliori rispetto a chi vive una situazione di disagio socioeconomico. In primo luogo, quindi, è importante porre l’accento sul tema della dispersione scolastica, in cui il Bel Paese ha un record negativo molto grave. Un ragazzo e mezzo su 10 decide di abbandonare la scuola prima di raggiungere il diploma di scuola superiore (rapporto che nelle regioni meridionali addirittura cresce). È inutile girarci intorno: chi decide di abbandonare la scuola è nella quasi totalità dei casi esposto a un meccanismo perverso che lo relegherà a vivere una situazione di disagio socio-economico talmente grave da compromettere tutto il suo futuro. È importante dare piena attuazione agli artt. 3 e 34 della Costituzione, prevedendo un piano di studi gratuito per tutto il percorso della scuola dell’obbligo, un sistema formativo inclusivo e aperto a cui tutti possano partecipare e un piano di rinnovamento infrastrutturale e del personale, che possa garantire a tutti di frequentare senza ostacoli di ogni ordine e grado. Si deve avere coraggio di dire basta al precariato nel mondo della scuola, alle classi pollaio, alle ore interminabili passate sui mezzi pubblici per raggiungere il proprio istituto e attuare una riforma che prevede libri di testo gratuiti, più scuole, più docenti e maggiori retribuzioni. L’imperativo è, quindi, costruire uno stato sociale e un sistema scolastico che possa accompagnare tutti alla fine del proprio percorso di studi e funzionare da volano della mobilità sociale e intergenerazionale. Strettamente correlato al tema è anche la strutturazione delle scuole in licei, istituti tecnici e istituti professionali. Strettamente correlato perché, purtroppo molto molto spesso, accade che la scelta della scuola è una scelta legata alla propria classe sociale di appartenenza. Chi proviene da una famiglia benestante tende ad iscriversi a un liceo e, viceversa, chi proviene da una famiglia meno ricca tende ad iscriversi ad un istituto tecnico o professionale. Ma la scuola non è e non deve essere la prima causa di immobilismo sociale. Innanzitutto, tutte le scuole devono offrire lo stesso standard di qualità. Non è possibile pensare che chi vada a un liceo deve avere tutte le opportunità di questo mondo, mentre chi si iscrive in un istituto tecnico o professionale debba accontentarsi di una formazione spesso scadente. Gli istituti tecnici e professionali possono e devono offrire molto altro: sono il primo ponte di collegamento tra la scuola, l’innovazione tecnologica e il mondo produttivo. Poi, avere degli istituti tecnici o professionali funzionanti significa garantire a chiunque di poter scegliere non per la sua provenienza sociale e culturale, ma per le sue caratteristiche, attitudini e aspirazioni. Il secondo imperativo è, quindi, riformare la strutturazione degli istituti per garantire che chiunque possa scegliere la scuola che più gli piace fare. Se gli istituti hanno percorsi separati, lo si deve all’obiettivo finale che intendono perseguire. Un liceo dovrebbe preparare ad affrontare un percorso universitario nel migliore dei modi, mentre un istituto tecnico o professionale dovrebbe prevedere un percorso di studi universitario strettamente correlato o un ingresso nel mondo del lavoro privilegiato. Per far sì che questo accada, è necessario riorganizzare percorsi di studi e attività extracurriculari. Non credo più necessaria la divisione in moltissimi licei e istituti tecnici e professionali e trovo interessante un sistema scolastico che prevede delle materie comuni e obbligatorie e dei pacchetti di materie da scegliere in base al percorso intrapreso e modificabili in piccola parte. Questo avrebbe effetti su due aspetti: il primo sociale, in quanto porrebbe fine alla classista divisione infrastrutturale degli istituti, e il secondo educativo, in quanto spingerebbe gli studenti a una maggiore specializzazione formativa.

Per quanto riguarda il mondo dell’università, quello che mi riguarda più da vicino, il discorso è un po’ più complicato. Vive momenti di gloria o di vergogna a seconda che si tratti di poli di eccellenza o altro. Quello su cui è necessario riflettere è il dato fornito dall’Eurostat, ossia il tasso di laureati rispetto alla popolazione tra 30 e 34 anni, che si attesta al 27% e il dato empirico sul modello di organizzazione 3+2, risultato essere mal pensato e mal funzionante. Pensato proprio per dare uno slancio al numero di immatricolazioni, si è rivelato essere un sistema fallimentare, in quanto la stragrande maggioranza dei laureati triennali decide di continuare la propria formazione con un ulteriore periodo di studi e dato che il tanto atteso aumento delle immatricolazioni non c’è stato. Dal mio punto di vista, è proprio necessario passare a qualcosa di radicale. Quello su cui dovrebbe basarsi l’università è il concetto di permeabilità: permeabilità tra percorsi di studi e permeabilità rispetto al sistema produttivo. Le rivoluzioni sociali, culturali e digitali dell’ultimo ventennio e le innovazioni e scoperte scientifiche hanno fatto sì che servisse un nuovo paradigma di specialista. Il mondo contemporaneo impone di ripensare completamente il modello formativo universitario, passando da specialisti che lavorano a compartimenti stagni a specialisti meno settoriali e più globali. So che può sembrare una contraddizione in termini, ma un esempio pratico mi aiuterà a spiegare quello che intendo. Dal mio punto di vista, è necessario mescolare gli studi sociali, eliminare le facoltà di economia, giurisprudenza e scienze politiche e creare un settore di studi che sappia offrire una visione globale della realtà sociale, politica, giuridica ed economica. Non più giuristi, economisti o scienziati politici, ma scienziati sociali che, grazie ai loro studi, riescono ad interpretare al meglio la cd. società dell’embeddedness, la società dell’incastro tra tutte le realtà. Poi, il concetto di permeabilità va applicato rispetto al mondo produttivo. Le università sono il secondo ponte di collegamento tra la formazione, le innovazioni tecnologiche e il mondo del lavoro e dell’impresa. Se il mondo universitario e quello dell’impresa divengono via via più permeabili, immaginate i risultati positivi che possono seguire. Risultati di tipo economico, sociale e formativo che andrebbero ad amplificare l’effetto che il capitale umano ha sul mondo circostante.

Ma per concludere, torno al dato offerto dall’Eurostat sul tasso di laureati in Italia. Un dato che ci vede essere il fanalino di coda in Europa e ben al di sotto dei nostri omologhi tedeschi, francesi, olandesi, ecc.. È un dato che non si limita ad offrire una tac del nostro sistema formativo, ma che impone di ripensare moltissimo della realtà attuale in cui agiamo e viviamo. Certo, un aumento di investimenti pubblici nel settore dell’istruzione sono un passo in avanti rispetto a una situazione disastrata, ma non bastano a mettere fine al declino socio-culturale di questo Paese. Serve una riforma radicale, molto radicale, che ricostruisca tutto quello che è andato distrutto e costruisca tutto quello che è necessario. Serve una riforma che cambi paradigma. L’Italia è una nazione con un contesto socio-culturale particolare e l’impoverimento delle istituzioni scolastiche e universitarie ha contribuito in larga parte alla situazione di stallo politico ed economico a cui stiamo assistendo. Siamo quasi nel 2021, ma le distanze continuano a crescere, le disuguaglianze ad acuirsi. Siamo di fronte a una sfida di portata epocale e stiamo vivendo de facto una fase nuova: l’Italia che è esistita fino a qualche mese fa non c’è più ed è necessario cambiare. Partendo dal dare piena attuazione all’art. 34 Cost. e al diritto all’istruzione e allo studio, partendo dalla necessità di ricostruire un sistema universitario meno elitario, più aperto e inclusivo, un sistema universitario che vede al centro la qualità dell’insegnamento e la mobilità sociale, un sistema universitario nuovo e meglio funzionante, gratuito per chi ne ha diritto e per chi lo merita, è solamente migliorando quel dato che possiamo sognare e cambiare questo paese. Magari dando piena attuazione anche all’art. 3 Cost., perché la scuola, oltre che funzionale alla formazione culturale e lavorativa di una persona, è funzionale alla formazione civile e politica di ognuno di noi. “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...