Il fallimento di un intero sistema

Il rinvio della riapertura delle scuole superiori (il discorso è perfettamente sovrapponibile anche alle università) è l’ennesimo fallimento di tutto il sistema istituzionale. È l’ennesimo fallimento perché la causa non è da ricercarsi nella recrudescenza del virus o nell’andamento della curva epidemiologica, ma nell’incessante dibattito a cui assistiamo da mesi che non ha saputo offrire alcuna soluzione. Ministri incaricati, governo e giunte regionali non sono stati in grado, a distanza di dieci mesi, di offrire un piano che potesse permettere anche agli adolescenti di tornare in classe. È l’epilogo di un fallimento politico annunciato.

Tornare sull’inefficienza e sui problemi creati dalla didattica a distanza sarebbe come continuare ad ascoltare un disco rotto, ma bastano pochissimi numeri per comprendere lo stato di disagio che vivono i miei quasi-coetanei. Il 28% dei ragazzi con età compresa tra 14 e 18 anni, secondo uno studio condotto da Ipsos e Save the Children, ha visto almeno un compagno di classe abbandonare la scuola durante il periodo di confinamento primaverile, il 50% ha dichiarato di aver sofferto di problemi di concentrazione e il 38% ha bocciato totalmente la didattica a distanza. Per non parlare della sfiducia nei confronti del futuro di moltissimi ragazzi e della sensazione di aver perso un anno della propria vita avvertita dalla metà degli studenti intervistati.

Ma, a quanto pare, il disagio è tale solo se è funzionale a un certo modo di comunicare. La riapertura delle scuole si è trasformata nella classica commedia all’italiana, nel solito scaricabarile istituzionale e nel noto girofrittatismo, il nostro sport nazionale.

Le Istituzioni – nessuna è esente da colpe – avevano il compito di pensare ed implementare il modo in cui si sarebbe potuto tornare in classe, procedere al potenziamento del servizio pubblico di trasporto, del sistema di tracciamento dei contagi e creare ambienti salubri in cui studiare. Avevano il compito di diminuire il numero dei ragazzi per ogni classe e, magari, creare un sistema di ventilazione che permettesse di non creare focolai di contagio anche nei mesi più freddi, quando le finestre non sarebbero potute rimanere aperte. Avevano il compito di declinare, anche in una situazione emergenziale, un diritto che è la Costituzione a garantire. Sarebbe bastato copiare i nostri vicini che, in molti casi, sono riusciti a tornare a scuola subito dopo il primo lockdown e che, in altri casi, le scuole non le hanno mai chiuse. Ma tutto ciò non è stato. Eppure, ad ascoltare il ministro Azzolina affermare (senza mai aver pubblicato dati scientifici sul tema) che la scuola non è un centro di contagio, il ministro De Micheli che il trasporto pubblico non è veicolo di infezione, il governo e i presidenti di regione che si è fatto tutto il possibile, non si riesce a spiegare come sia possibile che, dopo 10 mesi, a scuola non ci si può tornare. Nell’attesa delle prossime decisioni, inizio a chiedermi se per il prossimo anno saranno in grado di ricominciare.

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