Perché il neoliberismo è più forte che mai

Quasi ciclicamente, come ogni cambio di era, in moltissimi si affrettano ad affermare che il Mondo non sarà più quello vissuto fino ad allora. Ed anche la prima fase della pandemia si è contraddistinta per la speranza che il Covid19 potesse essere una opportunità per correggere e sanare tutte le storture che la modernità ha prodotto negli ultimi anni. Uno spunto di riflessione per costruire un paradigma nuovo, diverso, sostenibile. La realtà dei fatti è che la pandemia non è servita a nulla: il Covid19 è stato l’ennesima occasione per portare alle estreme conseguenze una visione del mondo non più sostenibile. Non è il tanto millantato cambio di passo, ma la millesima vittoria del neoliberismo.

Ma perché, anche se sembrano ormai caduti anche gli ultimi totem dell’economia neoliberista, questa continua a macinare vittorie su vittorie?

In primo luogo, la notizia che più sta colpendo i cittadini del continente europeo: i continui tagli alle forniture di vaccini. È una ulteriore conferma della forza dell’economia neoliberista perché, nonostante le restrizioni e i cluster della pandemia socio-economica che i cittadini europei vivono, l’Unione europea continua a sostenere l’importanza di alcune regole che, sebbene fondanti dell’Unione, hanno prodotto solo storture. La mancanza di una Costituzione europea in senso stretto e l’aver fondato l’Unione su basi unicamente economico-finanziarie e non politiche hanno contributo a rendere la concorrenza e, nel caso di specie, la proprietà intellettuale, due principi inderogabili. Solamente alcuni europarlamentari e politici nazionali hanno avuto il coraggio di chiedere una sospensione alle norme sulla proprietà intellettuale in Europa, mentre i piani alti dell’Unione, anche se la ricerca è stata finanziata anche con fondi pubblici, si è sbrigata a togliere dal tavolo questa soluzione. Così, le richieste di medici ed esperti sono state accantonate, la ricerca scientifica di matrice pubblica continuerà ad essere indebolita e le case farmaceutiche continueranno a sfruttare i soldi dei contribuenti per vendere un prodotto a prezzo di mercato.

In secondo luogo, la tematica ambientale completamente inglobata nella retorica neoliberista. Ormai, a sentir le opinioni di politici, economisti, scienziati sociali, opinionisti e chi più ne ha più ne metta, la svolta green è la nuova frontiera per ridare slancio a una economia distrutta – in serie – dalla crisi economico-finanziaria del 2007/2008, dalla crisi del 2011/2012 e dalla crisi dovuta alla pandemia. Ma la lotta all’inquinamento, ai cambiamenti climatici e allo sfruttamento incontrollato delle risorse terrestri non può essere un tappeto sotto cui nascondere la polvere di un mondo costruito su premesse sbagliate. Le tematiche ambientali non possono essere difese se al contempo non si portano avanti riforme radicali sul modo di produrre e di consumare. Non possono essere difese se non si sottoscrivono politiche di lungo periodo che portino a ridisegnare completamente il modello insediativo, oggi metropoli-centrico; a ripensare il valore-lavoro alla luce degli sviluppi tecnologici in tema di robotica e machine learning e, soprattutto, a cambiare la visione sul Pianeta, che non deve più esser trattato come un enorme e unico mercato. L’Italia ha spinto su questo tema cambiando il nome del vecchio Ministero dell’ambiente in Ministero della transizione ecologica, che salvo colpi di scena, continuerà a camminare nel solco degli ultimi trent’anni di capitalismo sfrenato. Ma il Mondo non sarà mai sostenibile se continuerà ad essere lacerato dalle disuguaglianze tra il nord e il sud del Pianeta e dall’enorme concentrazione di ricchezza nelle mani di pochissimi.

Infine, la nuova retorica sul debito pubblico, rinvigorita dall’articolo uscito un anno fa sul Financial Times a firma del nuovo Presidente del Consiglio e vecchio Presidente della BCE Mario Draghi. Nonostante le grandi inversioni a U di moltissime Istituzioni economiche come il Fondo Monetario Internazionale e di insigni economisti che, negli ultimi anni, hanno imposto politiche di taglio della spesa pubblica per sconfiggere il mostro (il debito pubblico), ancora oggi il dibattito vive una fase patologica. Primo perché l’Unione europea sembra sempre più convinta di ri-applicare il Patto di Stabilità e Crescita già dai prossimi anni senza porsi il problema di ciò che questo istituto abbia creato in termini di malessere economico e sociale. Secondo perché il debito pubblico viene tutt’ora trattato come l’unica grossa eredità (il più grave degli oneri) per le prossime generazioni. Ma né il Patto di Stabilità e Crescita, né un grande debito pubblico sono un problema se si decide di non aderire alla visione monetarista dello Stato e dell’economia. Il vero patto intergenerazionale non è la sostenibilità del debito, ma la capacità di difendere e aggiornare un catalogo di diritti e doveri che rendono resiliente il sistema e garantiscono alla maggioranza degli umani di essere liberi e non schiavi. Cambiare non è semplice, ma si può e si deve fare.

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