2021: quale futuro per l’Unione europea?

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Chi conosce un pizzico di storia dell’integrazione europea ricorderà quali correnti di pensiero erano alla base della primissima costruzione unitaria: la visione federalista di Altiero Spinelli, ambiziosa e progressista, la democristiana corrente funzionalista di Jean Monnet e la corrente più conservatrice, quella confederale, legata al pensiero di De Gaulle. Gli anni e i diversi equilibri politici hanno creato una peculiare struttura sovranazionale, unica nel mondo, che, a partire dalla crisi economica del 2008-2012, ha mostrato tutti i suoi limiti. Oggi, pena la sua stessa sopravvivenza, l’Unione europea deve decidere cosa fare.

Come ha benissimo notato Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera, la pandemia ha reso evidente la crisi della globalizzazione, la quale ha rappresentato per trent’anni un valore assoluto, una accetta da utilizzare per sradicare le fondamenta dello Stato nazionale, incapace ormai di rispondere alle sfide che la modernità pone meglio di quanto non possa fare il mercato. E proprio il mercato è il secondo punto che Ernesto Galli della Loggia mette dietro al banco degli imputati. La pandemia ha confutato l’assunto proprio dell’ideologia neoliberista che vede nel prezzo l’unico segnale da tenere in considerazione, spingendo così le classi politiche e le imprese ad intraprendere percorsi che incidessero solo su questo.

È in questo modo che abbiamo creato un mondo in cui la mobilità dei fattori di produzione ha permesso la deindustrializzazione e la distruzione del capitale umano di intere comunità. Un mondo in cui i salari dei lavoratori sono divenuti sempre più bassi e i diritti meno tutelati in una sorta di competizione al ribasso che ha indebolito e impoverito sempre di più l’occidente. La difesa delle classi più deboli e il superamento della distanza tra periferie economiche, politiche e culturali e centro hanno lasciato il passo a discutibili regole di bilancio e fallaci elementi della disciplina economica, santificati dalle classi dirigenti a principi assoluti, influendo inevitabilmente anche sulla struttura statuale dei paesi occidentali. Il bisogno di protezione di alcune fasce sociali (in particolare la classe media) è stato derubricato a inesistente dalle agende politiche dei partiti politici istituzionali, lasciando spazio a tutti quei partiti poi definiti populisti. Sono resuscitate le istanze nazional-conservatrici di alcune tradizioni politiche e ne sono emerse altre, le quali hanno tratto la propria forza nella demolizione della democrazia rappresentativa. La liberaldemocrazia è così oggi a rischio.

L’Unione, perché baluardo dell’ideologia neoliberista, non è stata costruita nella maniera adeguata e, oggi, non dispone delle leve di sovranità necessarie a rispondere in maniera efficace alle complessissime problematiche che l’ultimo anno le ha posto. Gli ultimi eventi che hanno destato scandalo non sono un caso: ha scoperto di non essere una potenza geopolitica, le negoziazioni per i vaccini con le grandi case farmaceutiche raccontano una grave sconfitta della Commissione e gli strumenti di politica economica a disposizione non permettono agli Stati membri di tamponare il più grande crollo del prodotto interno lordo dal dopoguerra ad oggi, tantomeno di spingere a una reale ripresa del sistema nel suo complesso. Si prendano proprio ad esempio questi ultimi. Il Next Generation, il Sure e il Mes sono mezzi neanche lontanamente paragonabili, per forma e peso specifico, alle mosse di politica economica messe in atto dagli Stati Uniti. Sebbene il prodotto interno lordo americano sia di un quinto più grande, il piano di aiuti economici firmato da Biden potrebbe coprire quasi completamente il bilancio Ue settennale.

Ma la differenza non è solo nei numeri: la differenza sta nel perimetro normativo-costituzionale in cui i due soggetti politici agiscono. Da un lato, gli Stati Uniti che sono uno stato federale, dall’altro l’Unione che, ad oggi, rappresenta un esperimento politico venuto male. Forse aver pensato di costruire un soggetto politico unitario in funzione della convenienza politico-economica contingente e per il tramite di una unione monetaria realizzata male, come hanno brillantemente sottolineato alcuni economisti e pensatori già decine di anni fa, è stato un abbaglio che ha inquinato l’idea fondativa stessa dell’Unione.

L’Unione è da sempre criticata per essere l’arena pubblica di una burocrazia tecnocratica autolegittimatasi, spinta dagli interessi di una élite dominante e dall’esigenza di autoriprodursi, incapace di comprendere le istanze reali dei governati. Pertanto urge uscire dalla logica della tecnica come unica forma di legittimazione politica e riportare alla base democratica la capacità di indirizzare il potere di cura dell’interesse pubblico. È necessaria una riforma dei Trattati che, innanzitutto, esca dalla logica dell’accordo internazionale e preveda una diversa organizzazione dei poteri costituzionali: il Parlamento europeo, l’unico organo democraticamente eletto, nei fatti, è svuotato di ogni potere proprio di un organo legislativo; non è previsto alcun raccordo politico tra il Parlamento e l’organo che è effettivamente di governo, il Consiglio, dominus assoluto dell’Unione, lasciando che siano gli Stati membri, alla luce dei rapporti di forza e delle variabili alleanze, a decidere l’indirizzo delle politiche fondamentali dell’Unione. La Commissione, espressione della corrente funzionalista, dispone di competenze limitate, che non le permettono di assolvere alla funzione esecutiva. Ma una Istituzione che si propone di difendere gli interessi dei cittadini di tutta l’Unione, senza discriminazioni, non dovrebbe muoversi sulla base di connessioni inter-nazionali, ma per il tramite di alleanze politiche tra i vari schieramenti. Un esempio, già segnalato sopra, potrebbe spiegare questa dinamica: il Next Generation è figlio di un compromesso mediato dalla Germania tra i paesi – stupidamente nominati frugali – del nord e i paesi mediterranei, rei di aver applicato politiche di bilancio scellerate. È stata accantonata l’idea del governo spagnolo di prevedere un fondo di millecinquecento miliardi di euro – finanziati con l’emissione di titoli di debito comune che avrebbe permesso di condividere rischi e benefici – e si è accettata la logica di compromesso al ribasso tra Stati creditori e Stati debitori, decidendo che la ripresa globale del sistema sia più lenta e instabile. Dunque, cosa fare?

L’Unione, pertanto, ha l’obbligo di invertire completamente la rotta ed eliminare ogni squilibrio e stortura. Se vuole ancora mantenere la pace e la prosperità nel Continente, deve avere il coraggio di uscire dalla sterile contrapposizione tra falchi e colombe. Rifondarsi su valori, prima dimenticati e oggi rinfrescati dalla pandemia, quali l’eguaglianza (nella sua duplice accezione di eguaglianza formale e sostanziale), la solidarietà, la giustizia redistributiva e sociale. Non basta più muoversi con timidezza a piccoli passi. Sono necessarie terapie d’urto radicali che depurino l’Unione da ogni asimmetria. Se l’Europa vuol essere realmente unita, deve essere Stato nazionale: questa è l’unica occasione che ha.

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